La Musicoterapia come ausilio emotivo e sociale nella demenza

La Musicoterapia è un processo sistematico di intervento nel quale il musicoterapeuta aiuta il cliente a promuovere la salute utilizzando esperienze musicali e le relazioni che si sviluppano mediante le stesse come forze dinamiche di cambiamento (Bruscia, 1998, 20). La salute è intesa come un processo che ha lo scopo di sviluppare il pieno potenziale disponibile per la crescita sia dell’individuo che del contesto socio-culturale di appartenenza (Bruscia, 1998).

    La Musicoterapia è sistematica in quanto è diretta ad uno scopo, organizzata, basata su conoscenze teoriche e cliniche e su una metodologia adeguata per effettuare il piano di trattamento studiato per ogni paziente. La musicoterapia è una disciplina ed una professione che, a livello internazionale, richiede una formazione universitaria specifica nell’ambito della salute psico-fisico-spirituale, oltre la capacità di suonare almeno uno strumento. Quello che rende la musicoterapia unica è che include sempre la musica ed il terapeuta come partner del processo che si svolge in un periodo di tempo a beneficio del cliente. La musicoterapia può essere applicata sia individualmente che in gruppo, con varie tipologie di utenti i quali possono presentare disabilità neuropsichiche (demenze, Parkinson, Alzheimer, esiti da ictus), disturbi psichiatrici (psicosi, schizofrenia, depressione, disturbi dell’umore), disturbi dello sviluppo (autismo, Asperger, ritardo mentale, sindrome di Down). 

    La musicoterapia riguarda esperienze terapeutiche fatte dal paziente mediante la musica e la relazione con il terapeuta; utilizza, quindi, una metodologia esperienziale per il coinvolgimento della totalità dell’essere umano, con metodi attivi (improvvisare, ri-creare con la voce o con gli strumenti, comporre) e ricettivi (ascoltare), talvolta associati ad attività artistiche (disegno, creta), movimento (muoversi con il corpo o parti di esso), rilassamento e modalità verbali (dialogo, narrazione di storie, ricordi). Ogni tipo di esperienza musicale ha le sue potenzialità e applicazioni terapeutiche e può essere utilizzata con variazioni rispetto al metodo ed alla procedura, ovvero alla sequenza organizzata di tecniche ed interazioni incluse nell’esperienza (Bruscia, 1998).

Basato sulla mia ricerca relativa alle organizzazioni temporali nella strutturazione del processi cognitivi, o tempo soggettivo (Giordanella, 1993), sulle Scienze Cognitive della seconda generazione e sulle Neuroscienze, ho elaborato un approccio sistematico di musicoterapia, il Modello Integrato di Musicoterapia – MIM, organizzato in quattro fasi: contatto, stabilizzazione e riabilitazione, risoluzione dei problemi e ricostruzione (Giordanella Perilli, 1991, 1995). Il MIM è stato utilizzato anche per interventi con anziani fragili, con demenza ed Alzheimer sia in strutture pubbliche che private.

Perché la Musica nella
Demenza

    Oliver Sacks, il famoso neurologo, scrive in “Awakenings” (Risvegli) che per alcuni pazienti con il morbo di Parkinson, la musica che amavano li “muoveva” e “commuoveva” scongelando i loro ritmi cerebrali, i pensieri ed i loro movimenti corporei, dando loro di nuovo la loro personalità ed il senso di realtà, almeno per la durata dell’esperienza con la musica.

    La musica, quindi, funziona come uno schema per il senso del tempo/ritmo, del movimento e delle emozioni; pertanto, può fornire una struttura esterna per vicariare schemi motorio-temporali non adattivi e implementarne di nuovi. Come mostrano studi mediante neuroimmagini funzionali, i ritmi sonoro-musicali trascinano, per l’effetto entrainment, in modo rapido risposte motorie in stati sincronizzati stabili e regolari al di sotto e al di sopra della percezione cosciente. Tra le regioni cerebrali attivate vi sono le aree sensomotorie, la corteccia ventrale prefrontale, l’insula anteriore, il putamen, il talamo, e parti del cervelletto; inoltre esiste una consistente evidenza che attesta il beneficio di stimoli ritmici nella riabilitazione per disordini motori, come dimostrano gli studi e le esperienze con i pazienti affetti da Parkinson (Thaut, 2002). In uno studio veniva chiesto ai partecipanti di seguire il movimento  di una melodia, con lo scopo di identificare, mediante neuroimmagine funzionale, le regioni cerebrali coinvolte nell’esecuzione del compito (Janata, 2005). Un’area coinvolta è stata quella della corteccia prefrontale mediana rostrata che è implicata in stati mentali riguardanti il sé, nella memoria autobiografica, nella regolazione cognitiva delle emozioni, nella risposta emotiva a stimoli musicali e nei giudizi sulla familiarità di stimoli musicali. Queste stesse regioni cerebrali sono le ultime a deteriorarsi nell’Alzheimer per cui questi pazienti continuano a rispondere a stimoli musicali salienti autobiograficamente (Janata, 2005).

    In letteratura i dati di ricerche non sostengono differenze particolarmente significative tra i soggetti trattati e quelli di controllo (Livingston et al., 2014), mentre nella stessa direzione della mia personale esperienza (Giordanella Perilli, 2007, 2012), numerosi studi clinici riportano l’efficacia di interventi di musicoterapia nella demenza in quanto le funzioni delle aree sottocorticali del cervello e la memoria musicale permangono anche quando altre funzioni cerebrali sono deteriorate (Jacobsen, Stelzer, Fritz, Chételat, La Joie e Turner, 2015).

    La demenza è, infatti, caratterizzata da un declino nelle funzioni di capacità cognitive (attenzione, percezione e memoria), declino spesso associato ad agitazione e confusione, disturbi psicofisiologici (ritmo sonno-veglia), emozionali e  sociali (ritiro dalle interazioni sociali). I sintomi psicologici e comportamentali comportano difficoltà nella presa in carico del paziente sia da parte dei familiari che dello staff della residenza sanitaria; queste situazioni prolungate che tendono a peggiorare, purtroppo possono avere conseguenze di “burnout” nelle persone coinvolte nella gestione e accudimento del paziente.

    Per affrontare e diminuire i comportamenti disturbanti e pericolosi dei pazienti agitati e confusi, normalmente vengono utilizzati farmaci e forme di contenimento che, al di là del loro effetto specifico, possono causare effetti fisici e psichici indesiderati (Moretti, Torre, Antonello, e Pizzolator, 2006; Schneider, Dagerman, e Insel, 2006; Ballard, Waite, e Birks, 2012). Queste limitazioni sull’utilizzo di modalità con conseguenze problematiche, hanno indotto ricercatori e clinici a studiare e sviluppare interventi alternativi per coadiuvare quelli tradizionali utilizzati con pazienti affetti da demenza, tra questi la musicoterapia (Gerdner, 1997; Giordanella Perilli, 2007).

    Mediante apposite misurazioni, è emerso che musiche significative provocano brividi ed altre risposte neurofisiologiche in soggetti normali (Zatorre, 2003). Ma anche persone con demenza o Alzheimer possono provare profonde esperienze emotive, specialmente con musica a loro familiare, associata o meno ad eventi di vita.      Peretz e colleghi presentano i dati di uno studio che evidenzia come persone con danno cerebrale o demenza possono distinguere e valutare la musica come triste o gioiosa, in modo simile a persone senza disturbi, considerando le caratteristiche ritmico – temporali dei brani musicali  (Peretz, Gagnon e Bouchard, 1998). La memoria musicale sembra rappresentare un caso speciale del disturbo di Alzheimer in quanto è spesso ben preservata (Jacobsen, Stelzer, Fritz, Chételat, La Joie e Turner, 2015).

    Il potere emozionale della musica in pazienti con disturbi della memoria, come nell’Alzheimer, è stato verificato in uno studio con metodi cognitivi psicologici e neuropsicologici (Samson, Dellacherie e Platel, 2009). I dati dimostrano che pazienti con Alzheimer conservano, in parte, la memoria per l’esecuzione musicale, nonostante gravi disturbi nella memoria verbale; l’effetto potente e duraturo della memoria per stimoli musicali, apre la strada a nuove strategie per la riabilitazione di questi pazienti come, ad esempio, far loro ascoltare musica familiare che li emoziona e consente esperienze che, a loro volta, promuovono la capacità di produrre rappresentazioni concettuali (Samson et al., 2009).

    Per verificare l’efficacia della musicoterapia su aspetti disturbanti, Fachner e Colleghi (Erkkilä, Ala-Ruona, Punkanen, e Fachner, 2012; Fachner e Erkkilä, 2013; Fachner, 2014
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5118440/) hanno sviluppato un modello condiviso tra i gruppi di professionisti partecipanti alla ricerca. I risultati hanno indicato un effetto significativo della musicoterapia in aggiunta ai protocolli di intervento standard, rispetto ai soli protocolli standard.

    Tre misure sugli esiti hanno indicato un miglioramento sostanziale: una riduzione dei punteggi della depressione e dell’ansia ed un aumento del funzionamento globale generale; inoltre quasi tutti i pazienti hanno dichiarato di non essere contenti che il trattamento terminasse dopo venti sedute (Erkkilä, Ala-Ruona, Punkanen, e Fachner, 2012; Fachner e Erkkilä, 2013; Fachner, 2014). Un altro scopo del suddetto studio ha riguardato gli effetti immediati dell’ascolto di musica piacevole sull’area frontale del cervello, dato importante in quanto i pazienti con la depressione hanno difficoltà nell’esprimere e processare le emozioni mentre utilizzano strategie di regolazione emotiva non funzionali, come la ruminazione e la soppressione delle emozioni stesse (Joormann & Gotlib, 2010). 

Il “Tempo” organizza la vita e la musica

    Prima di descrivere la metodologia degli interventi  mediante il Modello Integrato di Musicoterapia – MIM, ritengo utile, anche per facilitare la comprensione dell’interazione musica – essere umano e l’efficacia di esperienze con la musicoterapia, fornire alcune informazioni sulla rilevanza del “tempo”; questo elemento, inteso come velocità e durata, è fondamentale per strutturare sia aspetti interni ed esterni della vita degli esseri umani sia la musica, considerata proprio come una sequenza ritmica multimodale  di suoni strutturati, quindi, nel tempo (Koelsch, 2014).

    Ogni essere umano ha una miriadi di “orologi” per ordinare temporalmente le sue funzioni biologiche, psicologiche e sociali. Già precocemente nella vita fetale il cuore comincia a battere, fornendo un ritmo interno individuale, che fa riferimento alla cronobiologia umana. Nello stesso tempo, suoni e ritmi del corpo della madre e dell’ambiente esterno arrivano al feto, “accarezzando” il suo corpo come onde di pressione attraverso il liquido amniotico; in questa interazione non-verbale il feto fa esperienze “sensoriali ed affettive”, che concorrono alla formazioni di schemi cerebrali, fondamentali per lo sviluppo di sé e per la sintonizzazione affettiva. Anche i centri emozionali del cervello, l’amigdala e l’ippocampo, iniziano ad emergere insieme al cervelletto, con organizzazioni temporali nei circuiti neuronali. Rispetto al tempo insito nella regolarità della successione motoria, il cervelletto ha la funzione di processare stimoli con durate temporali di secondi, mentre l’ippocampo ed i gangli basali stimoli che vanno da decine di secondi a minuti (Edelman, 1991, 150).

    Il battito del cuore,  con variazioni da 50 a circa 90 battiti al minuto, invia segnali per informare l’amigdala e l’ippocampo dello stato di benessere o malessere del feto. Infatti il cuore di ogni essere umano modifica e adatta i suoi ritmi in modo coerente allo stato psicofisiologico (stress, attivazione/rilassamento, benessere/malessere, ecc.) ed emozionale (piacere, dolore, tristezza, ansia, ecc.), all’attività svolta (riposo, movimento, ecc.), al contesto interpersonale (famiglia, amici, lavoro, ecc.) ed alla stimolazione ambientale (musica, rumore, o  silenzio, ecc.). I circuiti tra differenti aree cerebrali coinvolti nella funzione mnestica includono organizzazioni temporali per la trasmissione di segnali chimici ed elettrici tra le cellule. Per questi continui ed incessanti scambi di informazioni, con retroazione tra le aree cerebrali corticali e sottocorticali, il “Tempo soggettivo” si sviluppa da basi biologiche, da processi neurofisiologici, psicologici e dalle relazioni interpersonali precoci tra l’infante e la figura accudente (Giordanella, 1991). In caso di danni cerebrali ad alcuni circuiti neurali (cervelletto, talamo, corteccia pre-frontale, ecc.), alcune aree cerebrali non comunicano tra loro, per cui gli schemi di tempo soggettivo non funzionano adeguatamente e non hanno la flessibilità per adattarsi alla situazione interna (articolazione delle emozioni, processi cognitivi incluse l’attenzione, la percezione e la memoria) ed esterna (relazioni intersoggettive, sintonizzazione, empatia, comunicazione verbale). Infatti gli esseri umani organizzano le loro esperienze interne ed esterne mediante categorizzazioni temporali fondate su immagini o schemi corporei (Lakoff, 1987, 267), in modo da essere in sintonia e interagire con il loro ambiente fisico, psicologico e sociale.

Definizione e caratteristiche del Tempo Soggettivo

Al fine di una maggiore comprensione del concetto, di seguito viene proposta la definizione di tempo soggettivo – TS (Giordanella Perilli, 1995):

Internamente il TS è il proprio tempo o regolazione riguardo processi psicomotori, cognitivi ed emotivi; il TS è la velocità alla quale una persona può apprendere, registrare e comprendere gli stimoli in entrata.

Esternamente il TS è la velocità alla quale una persona può reagire, pianificare e attuare una risposta comportamentale agli stimoli percepiti.

La ricerca sul Tempo Soggettivo e sue verifiche cliniche nella demenza   

    La mia ricerca sul tempo soggettivo ha indicato che ci sono caratteristiche individuali diverse in soggetti sani e in pazienti con disturbi psichici e che queste caratteristiche potevano essere in parte modificate mediante esperienze con la musica (Giordanella Perilli, 1991, 2007); i dati sono stati confermati anche nella loro applicazione clinica da uno studio giapponese con persone affette da demenza senile grave e media (Saji e Sugai, 2005). Lo studio ha incluso 70 soggetti (età media 82 anni) con demenza molto grave (MMSE 8) e meno grave (MMSE da 11 a 23). I pazienti hanno partecipato per circa quattro anni a sedute settimanali di musicoterapia individuali e di gruppo basate sul tempo soggettivo (Saji e Sugai, 2005). I pazienti con demenza media hanno dimostrato di essere ancora in grado di apprendere nuove canzoni purché venissero proposte con il tempo soggettivo identificato precedentemente per ciascun soggetto mediante risposte neurofisiologiche (EEG funzionale) e comportamentali, mentre la metà dei pazienti con una demenza grave ha cantato e ascoltato attentamente la canzone non conosciuta, senza averla imparata. E’ stato riscontrata una differenza nel tempo tra i due gruppi: quello dei pazienti meno gravi era più veloce (metronomo 66-72) rispetto a quello dei pazienti con demenza grave (metronomo 63-69). In conclusione i risultati hanno dimostrato che l’approccio di musicoterapia basato sul tempo soggettivo è efficace per sostenere e mantenere la capacità di apprendimento in persone affette da demenza (Saji e Sugai, 2005).

Il Modello Integrato di
Musicoterapia nella demenza

    Dopo aver fornito informazioni a sostegno dell’efficacia di esperienze con la musica con persone affette da demenza, descriverò in maniera sintetica il modello da me sviluppato: il MIM è flessibile e adattabile alle situazioni dei pazienti per cui si può impiegare con numerose patologie e in diversi contesti (Giordanella Perilli, 1987). Per numerosi anni l’ho utilizzato negli interventi di musicoterapia con anziani affetti da demenza e danni neurologici, con metodi e tecniche inerenti la fase di contatto e quella di stabilizzazione e riabilitazione (Giordanella Perilli, 2007, 2012). Gli utenti erano ospiti di strutture residenziali pubbliche e private, dove gli interventi erano multidisciplinari, cioè riabilitativi e farmacologici.

Vi era una prima fase di valutazione iniziale mediante una scheda per definire interessi o rifiuti verso alcune caratteristiche della musica (stili, strumenti, brani specifici) e aspetti significativi della musica nella vita di quello specifico individuo (capacità di suonare e cantare, tempo utilizzato con la musica, ecc.); la scheda talvolta veniva compilata con l’aiuto dei familiari e del personale della struttura. Quindi veniva programmato un piano concordato con l’equipe riabilitativa che prevedeva, a seconda dello stato e delle necessità del paziente, sedute una o due volte la settimana individuali e/o di gruppo, con una durata di circa 70 minuti se di gruppo, 30 minuti se la seduta era svolta singolarmente. Ad ogni seduta di musicoterapia, un osservatore, facente parte del personale della struttura, riportava con punteggi da uno a sette le risposte dei pazienti su una scheda da me appositamente elaborata (tipo di attività, livello di partecipazione, capacità cognitivo-motorie, espressione emotiva, interazione verbale, tempo soggettivo, preferenze, ecc.). I dati di ogni paziente venivano aggiornati ogni due mesi. Talvolta gli incontri venivano ripresi con il video, con il permesso dei pazienti, dei familiari e della struttura. I risultati clinici sono stati molto soddisfacenti tanto da motivare le strutture a continuare a sostenere la spesa per esperienze di musicoterapia; a questa decisione ha contribuito anche il feed-back positivo del personale riguardo i miglioramenti notati nei comportamenti disturbati e disturbanti dei pazienti, modifiche che perduravano al di fuori delle sedute di musicoterapia contribuendo, così, ad alleggerire la gestione dei pazienti stessi (Giordanella Perilli, 2007, 2012). 

Esperienze di Musicoterapia coinvolgono la totalità dell’essere umano   

Le esperienze di musicoterapia coinvolgono schemi temporali, emozioni, cognizione, comportamenti motori e si sviluppano nell’interazione sicura con il terapeuta, permettendo alle cellule cerebrali di fare nuove connessioni, nuovi schemi, per sviluppare circuiti più adattivi.

Questo processo di cambiamento si attua in quanto il cervello umano impara e si modifica in base alla neuro-plasticità. Ogni esperienza, motoria-emotiva e cognitiva, viene processata dal cervello a livello

  • chimico (sostanze chimiche per trasmettere l’informazione da una cellula all’altra – memoria a breve termine),
  • strutturale (con modifiche nelle associazioni tra sinapsi- schemi, memoria a medio termine) e
  • funzionale (comportamenti-memoria a lungo termine).

Ogni esperienza permette di apprendere e, quindi, modificare la condizione cerebrale tenendo presente che ogni persona risponde diversamente agli stimoli per la variabilità individuale. La complessa interazione musica-essere umano implica risposte a vari livelli e con il coinvolgimento di varie funzioni neuro-psichiche:

1 – Attivazione risposte di eccitazione e attenzione (stato di coscienza), Livello Neuro-Fisiologico   

2 – Stimolazione risposte senso-motorie ed evocazione di emozioni, Livello Psico-fisiologico

3 – Recupero memoria, immaginario, Funzioni cognitive

4 – Stimolazione di ricompensa e motivazione, Funzione affettiva.

Conclusioni

Ho illustrato come il tempo e i ritmi organizzano la nostra vita personale e sociale. Per questo è logico comprendere la rilevanza della musica in quanto è l’arte per eccellenza e può promuovere e sollecitare risposte negli individui, dato che è strutturata con il tempo e i ritmi, fondamentali per la vita. Ogni individuo ha una organizzazione temporale per i suoi processi interni, emotivi – cognitivi – comportamentali, e per essere in contatto con l’ambiente esterno. In alcuni disturbi neuropsichici, come nella demenza, gli schemi temporali possono non essere funzionalmente adattivi. Ma mediante le attività di suonare e cantare, la percezione e la riproduzione di durate temporali può migliorare anche nella demenza, dato che le emozioni associate a esperienze con la musica attivano il funzionamento dei processi cognitivi superiori: attenzione, percezione  e memoria con conseguenze nella partecipazioni alle interazioni e nelle capacità di adattamento.

In una prospettiva olistica, bisogna considerare l’essere umano come un sistema complesso bio-psico-spirituale, in interazione col suo ambiente socio-culturale. In questa interazione, lo stile “sicuro” è fondamentale per uno sviluppo equilibrato dell’individuo, e per l’interazione tra paziente e caregiver. In particolare in questa situazione il sistema motivazionale interpersonale in atto è quello di attaccamento e cura (Liotti e Monticelli, 2008) tra un essere umano fragile e bisognoso di accudimento e un altro essere umano in grado di fornirgli le cure necessarie; in caso del paziente e di chi si prende cura di lui, si possono distinguere due condizioni necessarie e sufficienti:

  • una condizione soggettiva di sofferenza, di percepita vulnerabilità o di minaccia
  • la presenza di un essere umano ben conosciuto, percepito come più esperto o più forte di sé.

La prima condizione di sofferenza e percepita vulnerabilità è presente nei pazienti. La seconda viene costruita nel processo riabilitativo, per cui il terapeuta diventa ben conosciuto, in grado di comprendere le sofferenze ed offrire esperienze ricompensanti con la musica, per gestire emozioni dolorose e suscitare sentimenti positivi.

Come descritto in precedenza, la musica suscita risposte emotive forti con l’attivazione del sistema limbico della ricompensa. Questo effetto si somma, nella riabilitazione, alla modalità di relazione “sicura” con il terapeuta, modalità che stimola la secrezione di endorfine endogene. Ne consegue che esperienze musicali ricompensanti condivise sono utili anche agli operatori per sostenere gli sforzi continui, specialmente con pazienti cronici ed evitare il burn-out.

    La relazione interpersonale e la musica nella riabilitazione portano con sé vantaggi pratici ed evolutivi, allo scopo di:

Organizzare la vita di una comunità e rinsaldare i legami fra i membri di un gruppo.

Sincronizzare e sintonizzare l’umore.

Facilitare il lavoro dell’èquipe riabilitativa

    Precedentemente è stato scritto che l’assenza o l’incapacità di relazioni sincronizzate e sintonizzate è spesso caratteristica di malattie mentali, traumi emozionali gravi, depressione o il risultato di disturbi neurologici degenerativi, e/o disabilità fisiche (demenza, Alzheimer, Parkinson, ictus), ma che la sincronizzazione e la sintonizzazione interpersonale possono essere ripristinate mediante esperienze musicali. Per cui esperienze con la musica possono aiutare a sviluppare capacità di relazioni umane, con significati emozionali e socio-relazionali associati all’essere insieme con la musica.

    La Musicoterapia può essere efficace nella riabilitazione di funzioni cognitivo-emotivo-sociali nella demenza dato che esperienze con la musica ed il suono intervengono in modo diretto sullo stato di coscienza degli individui (attivazione/arousal).

    L’universalità della risposta individuale e collettiva alla musica indica che questa è collegata ad una disposizione psicofisiologica innata nell’essere umano, come verificato anche da numerose prove sperimentali. Allora esperienze collettive con la musica ed il canto aiutano a modificare quei deficit sociali nei pazienti con demenza che conducono ad un isolamento e sono indicatori di impoverimento della qualità della vita.

    Per riassumere, esperienze  con la musicoterapia (ascoltare, cantare, muoversi, suonare, raccontare, disegnare) permettono ad anziani fragili di:

– migliorare l’attenzione, la percezione, la memoria,

– diminuire la depressione, i disturbi di ansia,

– sviluppare emozioni positive

– recuperare un’immagine di sé più positiva, e capacità di pensiero astratto-immaginativo;

– dare significato alla propria vita nonostante la disabilità;

in quanto esperienze con la musica e la relazione con il terapeuta ed il gruppo forniscono al paziente un senso di:

a – Competenza: partecipare con successo

b – Individualità: musica e identità (ricordi associati alla musica)

c – Opportunità: la musica per esprimere i sentimenti e verbalizzarli.

    Dall’esperienza sia personale che dei miei collaboratori, oltre ai dati di pratiche condotte da altri professionisti, hanno risposto positivamente, ad un approccio integrato di musicoterapia, anziani affetti da demenza lieve e media, psicosi, depressione, disturbi d’ansia, danni cerebrali.

    Considerando che l’essere umano è un sistema olistico e complesso in interazione col suo ambiente, la musicoterapia va associata con cure mediche, interventi fisio-riabilitativi e/o altri cognitivo-occupazionali, in quanto la causa dei deficit è una combinazione di fattori; l’intervento può utilmente coinvolgere i familiari e personale delle strutture residenziali che ospitano i pazienti con demenza.

    In Conclusione la Musica include lo Spazio, il Tempo, il Suono, la Relazione per cui: 1) l’essere umano anche in condizioni di disabilità ha la possibilità di esplorare sé e il proprio significato nella condizione di essere-nel-mondo con l’altro; 2) può sperimentare la propria unica identità, provando ed esprimendo sentimenti ed emozioni; 3) lavorare su emozioni non funzionali e scoprire vie alternative di essere nonostante la demenza.

    Le esperienze con la musicoterapia di gruppo facilitano i partecipanti a: 1) esplorare di essere-nel-mondo dell’altro e con l’altro; 2) sperimentare il contatto genuino, l’empatia e la considerazione positiva dell’altro e 3) scoprire nuove strade per gestire le difficoltà della vita, sviluppando atteggiamenti resilienti.

Questo facilita l’accudimento e fa diminuire il carico psico-sociale ed economico della disabilità.

Limiti e prospettive

    Il presente contributo è basato su ricerche e decennali esperienze cliniche con pazienti. Sarebbe opportuno programmare studi quantitativi basati sull’evidenza, oltre che qualitativi, per poter verificare l’efficacia del modello – MIM utilizzato negli interventi di musicoterapia condotti da me e dai miei collaboratori.

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità, Who – World Health Organization (2015), ha predisposto l’ Evidence and Research team (MER) per occuparsi di colmare la lacuna tra ciò che è richiesto e ciò che è attualmente disponibile per ridurre il carico dei disturbi mentali a livello mondiale e per promuovere la salute mentale. L’obiettivo dei progetti di ricerca è di aumentare l’informazione e gli studi basati sull’evidenza sulla salute mentale. A sua volta questa informazione può essere utilizzata per rafforzare i sistemi di cura nell’ambito della salute mentale che risulteranno in un miglioramento della cura e dei servizi agli individui e alle comunità.

    In accordo alle forti raccomandazioni date dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2015), allo scopo di fornire modalità utili per la gestione e la riabilitazione del paziente con demenza sia al personale della residenza, dove l’anziano fragile è ospitato, sia ai familiari, qualora venga assistito nella propria abitazione, si potrebbero organizzare seminari specifici sulla musicoterapia nella demenza. A livello internazionale, programmi individualizzati di musicoterapia per familiari e operatori sono suggeriti da altri professionisti che si occupano della demenza (Gendner, 2005; Gerdner, e Schoenfelder, 2010; McDermott, Orrell e Ridder, 2014; Hsu, Flowerdew, Parker, Fachner, e Odell-Miller, 2015).

        L’obiettivo sia umano che scientifico è stato di fornire, seppure con limitazioni, un contributo per migliorare la conoscenza e la qualità di vita dell’anziano fragile, seguendo il suggerimento che Samuel Bard della Columbia University proponeva già nel 1769:

“Interessatevi al suo benessere e mostrate di comprendere quanto sta attraversando”

Gabriella Giordanella Perilli