Il Conversazionalismo: Il diritto di abitare il mercato della parola

Il Conversazionalismo

Il Conversazionalismo: Il diritto di abitare il mercato della parola

<<Def. Con questa voce si intende quell’atteggiamento dell’interlocutore che, esplicandosi in opportuni atti conversazionali, supera il pregiudizio che ciascuno degli interlocutori potrebbe avere nei confronti dell’altro e che porterebbe a ritenere lo scambio conversazionale impossibile, inutile o comunque da evitare. (A. Minervino, 1)>>

E’ questa la definizione che si trova nel Dizionario di Tecniche Conversazionali, uno strumento che raccoglie tutte le voci che nel tempo sono state messe a punto dai vari ricercatori nell’ambito del Conversazionalismo e delle sue tecniche.

E’ il riferimento più diretto per comprendere come proprio verso le persone che si ammalano di Alzheimer o di altre forme di demenza sia necessario ed etico che tutti i numerosi interventi dell’ operatore (medico, psicologo, infermiere, educatore ecc.) orientato al Conversazionalismo siano accomunati dall’evidente scopo di mantenere aperto e vivo lo scambio conversazionale, nonostante il suo interlocutore si esprima in modo incomprensibile e assurdo. Il pregiudizio che può far desistere dal dialogo ha due aspetti: che l’interlocutore dica quello che dice perché non vuole o non sa comunicare e che il conversazionalista, con le sue parole, non possa che risultargli estraneo. In entrambi i casi, dunque, il pregiudizio nega che il linguaggio verbale sia elemento di unificazione, tramite di un rapporto, e afferma piuttosto che è rivelatore di una inemendabile diversità, che trova esito drammatico nel silenzio o nella chiusura nei propri linguaggi privati.

Gli interventi che, mirando a smentire tale pregiudizio, traducono in pratica un interesse conversazionale, implicano viceversa un atto di partecipazione del conversazionalista al discorso dell’interlocutore e, per la natura reciproca del dialogo, un conseguente invito all’interlocutore a continuare lo scambio conversazionale.

Il Conversazionalismo è il dispositivo pratico (ha le sue Tecniche) e concettuale (ha i suoi riferimenti) che fin dagli anni ’90 è stato oggetto di studio e di ricerca da parte di G. Lai (..) e che guarda alle parole come oggetto di cura e al testo, frutto della trascrizione delle conversazioni, come oggetto di ricerca.

Il Conversazionalismo
Il Conversazionalismo

Per meglio cogliere il fondamento di questo approccio bisogna partire dal concetto di conversazione senza comunicazione (G.Lai, 2), con una chiara distinzione fra la funzione comunicativa dello scambio di parole (rinunciabile in questo caso e non fondante l’etica dell’azione), e la funzione conversazionale che non necessita della prima e che consente di superare il pregiudizio che è alla base della chiusura verso i pazienti.

Tenendo conto della traccia offerta dall’algoritmo della Conversazione Conversazionale (G. Lai, P. Lavanchy,2) si creano i presupposti e si pongono le condizioni migliori affinché il paziente parli, e parli il più a lungo possibile, evitando domande, interruzioni e interpretazioni, e ottenendo testi che sono allo stesso tempo oggetti di ricerca e atti terapeutici. “Così, partendo dal presupposto che nell’Alzheimer <<sia la parola a essere malata: è la parola che deve essere curata e la cura si fa con le parole>>“ ( P Lavanchy, 3..)

Nel citato Dizionario delle Tecniche Conversazionali (www.tecnicheconversazionali.it) si trovano molte indicazioni pratiche e altrettanti riferimenti concettuali utili alla pratica conversazionale con i pazienti affetti da tali patologie.

Gli interventi di interesse conversazionale hanno intersezioni con:

a) gli interventi di accettazione, che trovano nei primi una sorta di presupposto o di applicazione costante e generalizzata;

b) gli interventi fatici e le risposte in eco, in quanto tutti si propongono di tenere aperto il canale di comunicazione, indipendentemente dagli specifici contenuti della stessa;

c) le tecniche volte a raggiungere una consonanza conversazionale, che, nel caso degli interventi di interesse conversazionale, è limitata per lo più alla condivisione del mezzo linguistico e al rispetto dei turni verbali;

d) le tecniche attive e di persuasione, dal momento che influenzano l’interlocutore, sia invitandolo a continuare il suo discorso, sia dandogli la prova che quanto dice è in grado di suscitare interesse e risposte da parte del conversazionalista. (A. Minervino…)

Infine è bene ricordare che oltre agli operatori anche i familiari e chi svolge la funzione di caregiver sentono la fatica della difficoltà a parlare con il proprio congiunto ammalato ed anche a loro che bisogna orientare la proposta conversazionalista per avere competenze utili (La Competenza Conversazionale, A. Minervino) ad una “Conversazione felice” (G.La, 4i), oggetto pratico di una fruttuosa permanenza sul mercato di parola (G. Lai, 5) .

Antonio Minervino
About Antonio Minervino 1 Article
Medico, Psichiatra, Terapeuta, Direttore DSMD e Direttore UOP 25 ASS T di Cremona, Direttore Didattico Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Conversazionale di Parma, professore a.c. Università Cattolica di Milano, Vice Presidente della SIMP