Il Progetto Sente-mente®

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La scelta di approfondire il progetto Sente-mente® e la risata incondizionata non nasce solo dalla curiosità da leader internazionale di Yoga della Risata

La scelta di approfondire il Sente-mente® e la risata incondizionata non nasce solo dalla curiosità da leader internazionale di Yoga della Risata di conoscere un’ulteriore applicazione di questa metodologia, ma dall’opportunità che l’intuizione di Letizia Espanoli ci offre, ovvero quella di provare a vedere le DEMENZE con occhi diversi. Ho avuto l’onore, durante un colloquio individuale, di ascoltare gli effetti di questa patologia proprio da chi ne è affetto. Mi ha raccontato di quanto è duro non “sentirsi più quelli di prima”, com’è tutto più difficile, anche la semplice comunicazione, perché “le parole che hai sempre usato, non riesci più a trovarle”, di com’è doloroso conversare con una ragazza che è seduta sul tuo letto e si approccia a te in modo confidenziale, ma tu non hai la minima idea di chi sia e, quando finalmente “la riconosci come tua figlia, stai male perché non si può dimenticare il proprio sangue…” Ma che, nonostante tutto, ha ancora tanto da dare, e tanto da fare… Dopo questo colloquio ho riflettuto su come generalmente ci si relaziona a loro facendo finta che tutto sia ok, o sottolineando in modo inconscio solo l’aspetto privativo della “Demenza”, come ladra di affetti ed una devastatrice della quotidianità. Per cui, come Team, abbiamo deciso di rivedere effettivamente l’approccio che viene utilizzato con le persone affette da demenza, parlando di demenze.
Abbiamo chiesto ad un nostro paziente di fare il giornalista per un giorno. Egli ha intervistato le figure professionali (Assistenti Sociali del Comune di Lamezia Terme,

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Farmacisti, Medici) che fanno parte della rete sociale che ruota intorno alla struttura residenziale dov’è ricoverato, e che, direttamente o indirettamente, vivono quotidianamente le demenze. Durante l’intervista chiede: “cosa ne pensa della demenza?”; si nota che l’intervistato non risponde alla domanda a chi l’ha posta, ma si rivolge a noi che eravamo rimasti in disparte, così escludendo dalla conversazione il paziente. Generalmente la descrivono come una patologia che priva, dagli affetti, dall’autonomia e dalle relazioni senza troppi tecnicismi. Lui alla fine di ogni intervista saluta con un gesto o con una semplice parola e va via senza commentare, in modo adeguato. In una sola occasione gli hanno risposto in modo tecnico, descrivendo la demenza così come da manuale diagnostico, guardandolo diretto negli occhi, non è stato cercato il nostro sguardo neanche per un attimo – noi siamo rimasti come spettatori. Solo in questa occasione, nonostante il discorso fosse ostico, il “nostro giornalista per un giorno” ringrazia e dice di aver compreso la risposta, dice esattamente: “io l’ho sentita di più”.
Da qui nascono diverse riflessioni, e non solo di come è incisivo il De-privativo nelle demenze, ma anche di come rimane ancorato nell’immaginario comune l’idea che le strutture per anziani siano viste come un girone dantesco! Probabilmente questo dipende dal fatto che noi stessi operatori sanitari diamo evidenza alle emozioni, quali rabbia, tristezza, paura, e ignoriamo i momenti di gioia che nella vita quotidiana di struttura sono presenti. Spesso sorvoliamo sul fatto che la nostra «giornata lavorativa» incide sulla loro vita e quindi si rende necessario favorire i momenti di serenità, perché noi operatori facciamo la differenza. Un atteggiamento positivo, manifestato attraverso sorrisi più frequenti, migliora la qualità della vita e contribuisce a prolungarla. Umanizzazione delle cure non significa solo prestare più attenzione alle esigenze e ai bisogni di chi viene assistito, ma anche coltivare la straordinaria bellezza dell’essere umano, a partire da chi le cure intende offrirle. So che leggendo queste parole molti staranno pensando che sia retorica, rivedendo nella propria mente i comportamenti problematici dei nostri pazienti. Ma, se in un momento di mia forte angoscia, qualcuno si approcciasse a me con le stesse modalità che generalmente vengono utilizzate con loro, pensando, scegliendo e decidendo al loro posto, probabilmente anche io avrei una reazione spropositata e probabilmente si chiederebbe una consulenza per la somministrazione di un sedativo.
Un’ultima riflessione nasce da questa esperienza, ossia se può valere la stessa relazione che ci suggerisce Heckman quando dice: «indossa un faccia felice per essere felice». Cogliendo l’invito del DSM V, se sostituissimo il termine demenza con disturbo neurocognitivo, chissà se l’idea intrinseca, nel De-privativo, pian piano scomparirà.

Emanuela Gentile
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Educatore Professionale Casa Protetta "Madonna del Rosario" di Lamezia Terme